Il mio nome è Pemà, Pemà Chöki è il mio nome.
La mia storia ad un signore mi è garbato di contare.
Un italiano fu il mio amore, fine anni ’30 il mio fulgore. L’ Europa toccai, ma solo con la mente, l’Oriente è la mia casa, il mio rango? Principessa, il Tibet la mia pelle.
Donna nel corpo, femmina nella testa, calda nel cuore, un caldo, caldissimo tepore.
Vi ho aspettato tanto vent’anni, ora siete miei, bruciate! Chi ha gli occhi lo vedrà.
Ecco, lo sapevo, ma non sapevo quando. Mi sciolsi quando accadde e mai più ricondensai.
Le mie forme, belle e sensuali, il mio profumo, persino il pensiero mio, come un liquido prezioso scorreva e si adattava alla figura mascolina, giovane anch’essa, aspra e asciutta anche se dolce dolce in me.
”Ti piace la luce? Ecco, ferma lì! ”
I raggi del Sole di rimbalzo sul mio corpo hanno invaso dalla lente la pellicola ora non più vergine.
Questo è quel che resta, ci ho messo tutto, tutta me stessa concentrata in uno, anzi, due scatti regalati al Mondo.
Quanto ti ho pensato, quante notti ti ho sognato, neanche a me stessa l’ho confessato, ma quanto, quanto, quanto ti ho amato.
Mi sveglio presto e penso, alla carovana e a te. Dove siete? Dove sei?
Qui è come un gran paesino, prima che lo sai tu, gli altri già lo sanno; così ti scrissi e tu hai risuonato. So anche il tuo pensiero, l’ultimo rivolto all’Asia, vedeva me, con la treccia nera sul cuscino bianco e non mi hai visto più.
Ad un altro ero destinata.
Non ho sofferto per niente per niente quando il metallo freddo dello straniero il mio sangue ha fatto impazzire come la brocca di Milarepa. Volevo che schizzasse, si, dappertutto, ancora caldo, ancora giovane, ancora rosso come lo smalto che ti chiesi un dì.